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02/08/10

Un tiro a testa.




Chiara stava seduta in bagno guardando bruciare la sigaretta che stringeva tra le mani.
Fumare, in quel periodo, le serviva per distendersi un po'. E funzionava anche.

Forse, però, usava le sigarette più come amuleto che per una reale necessità fisica.
Ma non le importava granchè. Non in quel momento per lo meno.

"Ho ben altri problemi per la testa che pensare al fatto che tra 20 anni potrei star male per questa sigaretta in più" si ripeteva fin quasi a convincersene. Come se nel tabacco ci fosse davvero una risposta alle domande o un aiuto per risolvere i problemi che, per lei, in quel momento, erano così grandi.

"Mi serve e mi rilassa! Tu dovresti farti anche un po' gli affari tuoi..." diceva stizzita a chi le chiedeva di darsi una regolata. Si comportava da isterica, forse lo stava realmente per diventare.

Dentro di lei vedeva la sigaretta come una metafora della sua storia con Andrea.

La loro storia, come una sigaretta, è iniziata da una fiamma accesa e, come una sigaretta fumata "un tiro a testa" quando si ha 16 anni, aspirata a pieni polmoni da entrambi i fumatori/amanti.

Chiunque abbia provato a fumare una sigaretta "un tiro a testa" con qualcuno, sa che i primi tiri sono talmente pesanti che ti invadono la testa, riempiendotela di fumo e di sapore.
I tiri seguenti servono per saziare la voglia di entrambi di fumo.
Gli ultimi tiri, quando oramai il filtro è ridotto ad un colabrodo dall'avidità dei due fumatori, invece bruciano come il fuoco.
Da quel momento si aspira fumo caldo, quasi bollente che, a volte, scotta le labbra di uno dei fumatori.

Poi la sigaretta viene gettata a terra. Uno dei due la calpesta. E nessuno ci penserà mai più.

Ma nel pacchetto restano altre sigarette. E, piano piano, si può imparare a fumarle con più calma. Capito, Chiara?


[P.S. Leggiti anche (e fai leggere) il post sulla Strage di Bologna che Libero pubblicherebbe se fosse un giornale serio]

26/07/10

Io, Lui & Le Donne.


Era il tipo ideale per andare a donne insieme. Lui non aveva grosse pretese. Forse è per questo che era il tipo ideale. Se stai a cercare la donna giusta, ora che la approcci questa sarà già scappata con un tamarro più spigliato.

Perchè è la spigliatezza il segreto per far colpo su una ragazza. Bisogna riuscire a spendere quei 150/200 euro ad appuntamento con il sorriso stampato sul viso e dirle sempre "Ma pago io per te e solo perché mi fa piacere. Mica per altro". Insomma bisogna iniziare a mentire sin da subito. Solo così un rapporto può funzionare davvero.

Più di una volta, a me e al tipo ideale con cui andare a cercar donne, capitava di vedere 2 tipe, mano nella mano

[a tal proposito: ho scoperto perché le donne girano spesso mano nella mano ad una certa età. Per dire "No, è colpa della mia amica" quando stringendo loro la mano la senti sudaticcia. Sono perfide le donne. Le adoro per questo]

e allora scattava la solita domanda "A te quale piace? La mora o la bionda?" lui rispondeva sempre "L'altra". E parlava per primo.

Gli uomini spesso si illudono di essere loro a scegliersi la donna che vogliono.
No, non è così, per nulla. Son sempre le ragazze che scelgono. Loro fanno le stupide e voi pensate "oh l'ho conquistata con il mio fascino"....sbagliato!!! Grave errore!!!
Loro hanno iniziato a fare le cretine perchè volevano darvi questa illusione.

Per un lungo periodo della mia vita ho conosciuto solo ragazze molto intelligenti. E si nota.
Dalle occhiaie, più che altro.
Masturbarsi non fa venire ciechi: è una leggenda messa in giro dai preti. Che, con questa scusa, spesso masturbano gli altri. Lo chiamano "spirito cristiano", "vicinanza nella sofferenza"... il codice penale le chiama "molestie sessuali", che suona meno compassionevole.
Però una cosa è vera: masturbarsi fa venire le occhiaie.

[Non immagino la vita sessuale di Luciano Rispoli. Anzi, a dire il vero, non penso mai alla sua vita sessuale. Tranne quando mi masturbo io, ovviamente]

È stato un pomeriggio di primavera con lui che abbiamo conosciuto Valentina e Marta. Due ragazze davvero belle. Avevano il corpo di una velina. E se ne nutrivano a turno. Così potevano restare magre pure loro.

[Se non l'hai colta, rileggi... Colta adesso? No? Davvero? Ah, ok. L'avevi capita subito... vabbè... allora prosegui]

Erano due ragazze davvero a modo, gentili come modo di fare e anche nel modo di vestire. Qualsiasi cosa questa frase voglia dire.
Valentina era decisamente la più carina tra le due. Aveva lunghi capelli neri. Neri come i punti che aveva sul suo naso a patata. Patata come...

[Potrebbero esserci dei minorenni a leggermi, vediamo di darci una moderata eh!]

Vabbè, tanto per esser chiari: Valentina era bellissima.
Marta invece aveva qualche difettuccio in più.
Tanto per iniziare, Marta aveva dei forti difetti di pronuncia. Erano talmente tanti e così marcati che, per i primi 5 giorni in cui l'ho frequentata, credevo si chiamasse Alfonso.
Poi non era una gran bellezza, ma nel complesso aveva fascino... Ok! Sarò onesto: non era fascino. Quello che aveva Marta... era il padre ricco.
Un dentista maxi-evasore fiscale che estraeva più denti che numeri al "Win for life".
Avere il padre dentista, comunque l'ha aiutata non poco: Marta aveva uno splendido sorriso. In bocca aveva 32 denti perfetti. Ogni tanto li sputava per mostrarceli.
Era una tipa semplice che, però, spesso si vantava per meriti assolutamente non suoi.
Una volta le chiesi "Che ore sono?". Mi rispose "Sono le 5 del pomeriggio e, nonostante questo, sono rimasta una ragazza semplice".

[Ora che ci penso.... Valentina e Marta! Suvvia, che banalità! Avrei potuto sforzare un po' di più la fantasia visto che tanto questo racconto è tutto inventato. Oddio, proprio tutto no, la parte di me che mi masturbo pensando a Rispoli, ad esempio, è vera]

Si era creata subito una forte alchimia all'interno del nostro piccolo gruppo. Andavamo spesso in giro insieme. Era quel tipo di amicizia che non si basa su appuntamenti macchinosi e troppo pensati. Le nostre uscite a quattro, per loro somigliavano di più a sequestri di persona.

Per alcuni mesi eravamo davvero molto uniti, quasi inseparabili. E non era dovuto al fatto che le avessimo ammanettate tra loro e a noi. Cioè, per chiarezza, questo trascurabile fatto delle manette

[Reato oramai prescritto. Lo chiarisco per i miei fan della Digos]

sicuramente avrà avuto la sua fetta d'importanza, ma la torta del nostro rapporto era più grossa.

Poi qualcosa cambiò e il nostro rapporto andò a rotoli. Anzi, per essere più chiari, andò come quello che c'è sopra la carta che vendono a rotoli... Era per non dire "di merda", ma volevo fosse chiaro come finì la cosa. Così l'ho reso esplicito.

Vabbè... in pratica Valentina e Marta non le abbiamo mai più riviste. Ma ancora pensiamo a loro. Quando le foto di Rispoli iniziano a scarseggiare.

20/07/10

Gocce





Ore 23:32 della sera. 02 Agosto 2010.

Il ragazzo esausto dopo una serata passata tra amici, decide di riposarsi per qualche ora. Sono giorni che non dorme con tranquillità. Non ne capisce il motivo.

Ore 4:06 del mattino. 03 Agosto 2010.

Il ragazzo è insonne nel letto da diverse ore. Decide di alzarsi per prendere una boccata d'aria in giardino.
Come era solito fare in casi come questo, prende con se il suo block note e una penna.
Si dirige verso il giardino, si appoggia alla sedia a dondolo e inizia a scrivere.

Ore 5:21 del mattino. 03 Agosto 2010

Il ragazzo finisce di scrivere. Guarda il proprio foglio, pieno delle idee che ora vede (finalmente) chiare, dopo alcuni mesi in cui gli erano apparse così confuse.
Gli occhi del ragazzo si chiudono, lui sembra dormire un sonno eterno.

Ore 6:42 del mattino. 03 Agosto 2010.

Il fratello maggiore del ragazzo torna a casa dopo una serata tra discoteca e bar in cui fare colazione di prima mattina.
Vede il suo fratello minore riverso sul dondolo con in mano una penna e un block note a terra, accanto ai piedi.
Raccoglie il block note, sfoglia qualche pagina all'indietro per trovare l'inizio della storia e inizia a leggere.

Ore 6:43 del mattino. 03 Agosto 2010.

Il fratello maggiore del ragazzo legge:

"La Storia delle Gocce".

Questa è la storia di 2 gocce.
Gocce d'acqua, della stessa acqua cristallina, arrivata sulla stessa terra, piovute dal cielo dalla stessa nuvola.

Fin da subito, le due gocce, vennero da prima cullate tra le tenere foglie che in primavera popolano gli alberi e poi, d'improvviso, vennero a trovarsi immerse nel fango.
Loro lottarono con tutte le forze che avevano dentro: non potevano di certo accettare di fare questa fine.

Le gocce vennero raccolte da 2 opposti destini e trattate in maniera molto diversa tra loro.
La goccia più piccola venne educata a stare dentro il corpo degli atleti.
A spuntare solo dalla loro fronte madida per finire dentro qualche asciugamano, insieme ad altre gocce cui, si ripeteva, lei assomigliava così tanto.

L'altra goccia, invece, venne educata a stare dentro gli occhi degli scrittori.
A fuoriuscire solo dai loro occhi quando le parole che avevano trovate erano realmente quelle giuste per toccare i tasti più profondi dell'anima, seguita e preceduta da altre lacrime cui, si diceva, somigliava così tanto.

Le due gocce vissero una intera esistenza senza rendersi conto l'una dell'esistenza dell'altra.
Un giorno di primavera, però, una lacrima di uno scrittore toccò la fronte di un'atleta.
La goccia più piccola si sentì attratta dalla forza che la goccia più grande aveva verso di lei, non riusciva a spiegarsi di
preciso cosa fosse quella forza.

E no. Non era amore. Non ci somigliava granché. Anche se, forse, alcuni tratti lo ricordavano davvero.
Forse da lontano. O forse da così vicino che si riusciva a fatica a riconoscere cosa fosse.
Un po' come la zecca non saprà mai a quale razza appartiene il cane su cui è poggiata [Non suona così romantica, in caso, riscrivi questa parte].
Questione di proporzioni. E di squilibri, anche.

Fatto sta che questa forza spinse la piccola goccia ad uscire dalla fronte in cui era stata fino a quel momento e in cui, oramai, inizia a sentirsi a proprio agio per raggiungere la goccia più grande.
Si incontrarono, forse si riconobbero anche, ma non era quello il loro momento.Se ne rendevano conto entrambe.
Nonostante ciò, provarono a stringersi per tentare di unirsi, ma la parte dell'una che voleva entrare nell'altra, in realtà, non fece altro che deformare la forma dell'altra goccia.
Non solo rimasero separate, le due gocce si allontanarono.
Quasi si persero e, solo quando se ne resero conto, decisero che era giusto stringersi nuovamente. Almeno provarci.
Da due gocce come loro, piovute dalla stessa nuvola, state sugli stessi rami e cadute nello stesso fango, pensavano dovesse necessariamente nascere qualcosa di buono.

Ma tra loro qualcuno aveva messo un vetrino. Questo sottile strato di vetro dava a queste gocce l'illusione di sfiorarsi e di compenetrarsi l'una con l'altra. Ma era solo illusione, appunto.

"Bisognerebbe che qualcuno togliesse questo vetrino" disse una goccia all'altra.
"Penso che questo gesto spetti a noi farlo. Come, nel passato, da sole ci siamo tolte dal fango. Non credi?".
"Amo illudermi,- rispose la prima goccia alla seconda - tu aiutami a spingere".

Fine.

Ore 6:58 del mattino. 03 Agosto 2010.

Il fratello maggiore del ragazzo sveglia il fratello minore. "Al posto di scrivere queste scemenze, dovresti andare a dormire in casa! Con questo caldo rischi di prenderti un'insolazione! Cretino!" . "Scusami, scusami davvero. Non volevo addormentarmi. Ho scritto una storia che parla di quello che stai vivendo in questo momento, mi piacerebbe un giorno la leggessi. Parla di due gocce che nascono...".
"... Non sono cose che mi possano interessare. Vai dentro, forza. Di corsa" disse il fratello maggiore.
Il fratello minore entra in casa con il passo incerto perché è così assonnato da avere i sensi intorpiditi.
Il fratello maggiore pensa tra sè "Forse semplicemente non è questo il tempo. O forse lo è e non me ne sto rendendo conto. O, forse, dopo questa sera ho qualcosa di chiaro, finalmente, in testa. Devo spostare un vetrino... già. Dev'essere questa la strada".

Ore 7:01 del mattino. 03 Agosto 2010.

Il ragazzo entra in casa, si mette finalmente a letto. È molto stanco e desidera solo dormire. Ma è consapevole del fatto che non ci riuscirà. Così prende un block notes e una penna e inizia a scrivere.

14/07/10

Io Sono Italiano.




Io sono italiano.
E me ne vanto.
Anche io, come voi, amo nuotare in piscina.
Spesso però mi accorgo che c'è gente che si piscia dentro.
Ma, al contrario di molti di voi, non lascio che 'sta cosa passi impunita.
No, non è neppure pensabile per me.
Non per come sono fatto io.
Non intendo stare fermo a guardare chi non rispetta ciò che è di tutti.
Io sono italiano.
E me ne vanto.
Le mie televisioni mi somigliano.
Io somiglio a loro.
Loro appertono a me.
Io appartengo a loro.
Voi lì dentro ci vedete me.
Io lì dentro ci vedo voi.
Io sono italiano.
E me ne vanto.
Certo, non ho molto tempo a vedere chi piscia nella piscina.
Ho altri pensieri per la testa.
Così, facendo attenzione a che nessuno guardi, mi calo il costume e cago nell'acqua.
Quando inizia a galleggiare la guardo con ribrezzo e, poi, incolpo gli altri.
Non importa chi: "Altri".
È proprio il massimo della specificità che posso dare alla definizione.
Se trovo negri, froci o genti appartenenti ad una minoranza casuale, è più facile trovare un responsabile cui addossare le colpe.
Una volta mi son trovato così in difficoltà che me la son dovuta prendere con uno solo perché aveva il costume viola.
Io sono italiano.
E me ne vanto.
Io sono voi.
Voi siete me.
Non ti sentire superiore a me.
Non lo sei.
Sei tu a lasciarmi fare ciò che voglio.
Guardati.
Io ti calpesto.
Tu sorridi.
Sono italiano.
E me ne vanto.
Io.

11/07/10

Imparai a scrivere il vero...




"E' davvero caldo in questi giorno, vero Speedy?" chiese lo scrittore al suo cagnolino.
Il cane lo guardò con occhi curiosi e poi tirò fuori la lingua iniziando a boccheggiare.
L'uomo si sentì in dovere di rispondere al suo cane "Già, è vero. Lo penso anch'io. E hai ragione a lamentarti, visto che tu hai pure il pelo... Vabbè Speedy, ora scusami, devo proprio lavorare".

Lo scrittore parlava spesso con il suo cane, questa cosa serviva a tenergli compagnia e lo faceva sentire un po' meno solo. Era uno scrittore di discreto successo, nonostante non avesse molta fama ancora, il suo nome iniziava a girare, specie in rete dove, in poco più di un anno, era riuscito a "farsi un nome" (come era solito dire le rare volte in cui usciva con i suoi amici).
Amava scrivere storie di ogni tipo: a volte surreali, a volte comiche, alcune volte tragiche.

Aprì un nuovo file di word e iniziò a scrivere la storia di un cane parlante che trattava male il suo padrone e, per vendicarsi del fatto che lo obbligasse a girare col collare, lo mordeva proprio lì, dove fa più male.
Scrisse il primo capitolo della storia e vide che Speedy stava dormicchiando tranquillo accanto ai suoi piedi. "Beato te che dormi" esclamò, poi vedendo il suo amico a 4 zampe dormire venne preso dal desiderio di addormentarsi pure lui. Per combattere l'improvviso attacco di sonno decise di stiracchiarsi e, facendolo, sfiorò appena Speedy che, di scatto, si girò verso il proprio padrone dicendogli "Ehi, qui c'è un cane che 'sta cercando di dormire, cazzo! Non ti mordo le palle perchè mi porti in giro col collare, è un tuo diritto, per carità... però non mi devi rompere i coglioni mentre dormo. Ok?".

Lo scrittore si spaventò moltissimo per quello che gli era appena capitato "Oh cazzo! Tu parli? E da quando?" chiese sorprendendosi egli stesso del fatto che si attendesse una risposta da un cane. "Parlo da quando tu hai scritto che io cani possono farlo. Sei stato tu a volerlo, no?".
Lo scrittore decise allora di fare un tentativo: selezionò il file di testo appena creato e lo cancellò. Poi si rivolse al suo cane: "E ora? Parli ancora?".
Il cane lo guardò, poi aprì la bocca e iniziò ad abbaiare, come sempre aveva fatto prima.

Lo scrittore rimase in silenzio poi, quasi automaticamente, aprì un nuovo file di testo che intitolò "La fine della fame nel Mondo" e iniziò a scrivere.

Fine.

E' ovvio a dirsi, ma io non sono quello scrittore. La realtà prescinde dalla mia fantasia. Prendetevela con ciò che accade, non con me.

05/07/10

Anche tu qui?


Il ragazzo arrivò affannato, riuscì a salire sull'autobus per un pelo. Il conducente sbuffò e ripartì immediatamente.
Lui cercò un posto nell'autobus che era molto affollato quel giorno. In pochi attimi trovò un sedile occupato soltanto da una borsa. Girò gli occhi verso l'anziana proprietaria della borsa e le chiese "Scusi, cortesemente, è libero il posto?".
La signora liberò il posto così da lasciarlo accomodare di fianco a lei.
Lui ringraziò accennando appena col capo.
Lei riprese la lettura di quel vecchio romanzo d'amore con la copertina oramai ingiallita che il ragazzo aveva interrotto.
"Dev'essere un libro di quando lei era giovane" pensò tra sè il ragazzo e sorrise.
L'anziana lo notò, ma non capì il motivo per quel sorriso, così, con modo deciso ma gentile, gli chiese "Ho forse qualche particolare ridicolo, giovanotto?".
Lui si sentì colto in flagrante e rispose "Oh no! No signora. Affatto. Niente di tutto ciò, ridevo perché pensavo ai fatti miei".
"Sempre così fate, voi ragazzi. Pensate ai fatti vostri prima e dopo i pasti. Il resto del Mondo può andare alla malora, ma per voi giovani contate voi e voi stessi soltanto" disse lei in modo quasi collerico.
"Non dica così, signora, non è affatto vero che penso solo a me stesso... non sempre per lo meno. Non sarei qui, altrimenti" rispose lui un po' piccato.
"Bè scusami, sai, non volevo offenderti... è che questo è un periodo piuttosto difficile. Sono stata in ospedale per quasi un anno, tra analisi, operazioni, riabilitazioni eccetera... e mio nipote l'avrò visto sì e no quattro volte in tutto. E' il mio unico nipote, avrà grosso modo la tua età... tendo a generalizzare, come tutti i vecchi, no?"
"Oh signora, lei è tutt'altro che vecchia, suvvia, non dica così" disse il ragazzo. Non pensava affatto quello che aveva appena detto, ma vide lei sorridere e gli sembrò di aver fatto la cosa giusta.
"Sei gentile, davvero. Anche se, oramai, alla mia età riesco già a capire quando una persona parla perché pensa le cose o perché pensa faccia piacere sentirle ai vecchi" disse lei marcando ancora di più il sorriso sul suo viso rugoso.
Il ragazzo pensò che, se una qualsiasi delle fidanzate che aveva avuto in passato, avesse avuto la metà del sesto senso di questa vecchina, lui non sarebbe mai arrivato al terzo appuntamento.
"Bè comunque sia, si metta comoda signora, il viaggio è ancora lungo, vero?"
"Sì, hai ragione, forse è proprio il caso che mi metta a mio agio e finisca di leggere questo buon libro. Ma toglimi una curiosità figliolo.. come mai sei qui?"
"Eh... Sono qui perché in questo periodo ho perso l'ultima persona cui tenevo realmente, così mi sono aperto i polsi. Mi hanno trovato troppo tardi. La faccia che ha fatto la persona che mi ha trovato sarà il mio ultimo rimpianto. L'ultimo di tanti. Troppi. Rimpianti che pesano sulle mie spalle. Un peso che non riuscivo più a sopportare. Lei, invece?"
"Mi ha portato via un tumore. E mi ha messo seduta in questo autobus. Non so quale sia la destinazione che avrà. Ma d'altra parte non mi importa più" disse lei riprendendo il libro d'amore ingiallito "E ora, se non ti spiace, io avrei da leggere. Quando l'avrò finito potremo continuare a parlare, se vorrai".
"Io sono qui signora, non ho altri posti dove andare" disse lui sorridendo.

02/07/10

Le donne? Non mi piacciono. Sembrano checche.


Ricordo ancora quando la conobbi.
Lei era bella come la ragazza di un altro, dolce come uno zuccherino allo zucchero e intelligente come un ragazzo idiota... Bè, per alcune donne, questo è quasi un complimento.
Capii con uno sguardo che era la donna della mia vita. Quella che avevo cercato fin dall'inizio dei miei giorni. Quella che speravo esistesse, mentre mi coprivo, con i quotidiani del giorno prima, le erezioni che mi venivano ai giardinetti pubblici mentre guardando le madri chinate a raccogliere i giocattoli dei bambini.

Quando mi capitò in mano quello squallido giornaletto di annunci per "massaggiatrici particolari", non pensai assolutamente che la mia vita sarebbe potuta cambiare così radicalmente.
E invece eccomi lì, seduto ad un tavolino di un orrendo locale con un donna bellissima.
Una svolta non da poco se si considera che, di solito, io sedevo al tavolo per conto mio o con amici pregiudicati. E solo fino a quando il gestore del locale era distratto, perché, se si accorgeva che ero al tavolo mi mandava via. In malomodo.
Quel giorno il proprietario del locale era malato. Penso fosse candida o scolo o sifilide. O quasiasi altra cosa possa avergli attaccato quella troia della mia ex...

Fortunatamente, quel giorno, non ero al tavolo con i pregiudicati: io avevo lei.
E con lei parlammo dei nostri progetti, davanti ad una birra fredda. Io le parlavo del fatto che scrivo per mantenermi, lei del fatto che avrebbe voluto sposare un riccone per mantenersi. E per scoparsi il suo giardiniere. Così, giusto per ripicca.
"Lei sì che è una gran donna" pensai.

Presi un po' della mia birra e gliela offrii, giusto perché ci fosse un po' più di confidenza, lei iniziò a parlarmi della sua infanzia, dei suoi primi rapporti sessuali, dei primi rapporti sessuali avuti durante la sua infanzia, dei suoi ex , del fatto che nessuno l'aveva mai capita fino in fondo.... e del fatto che, una volta arrivati in fondo a lei, era difficile riuscire nel salto della quaglia. "Ed è perciò- mi disse- che mi hanno messo incinta". Pensate, era stata ingravidata da ben 4 sconosciuti.
Contemporaneamente.

Il figlio che nacque era di 4 etnie mescolate. Sembrava un cinese nero, ariano e mulatto. Si odiava. E odiava sua madre. E avrebbe odiato pure i suoi padri, se solo fosse riuscito a capire chi erano in realtà. Ma lei... bè... lei era splendida davvero. Un figlio di quel genere non avrebbe potuto minare il nostro splendido rapporto.

Lei mi guardò e mi disse "Se vuoi me, devi trovare un posto anche per mio figlio" io le risposi "Ho un pozzo, vicino casa mia, abbastanza profondo da essere sicuri non soffra quando toccherà il fondo". Lei mi sorrise, io le sorrisi e così ci baciammo.
In bocca aveva un sapore di succo di frutta lasciato al sole per l'intero Agosto del 2004 misto a escrementi di barboncino e bava di mucca. Un ottimo sapore.
Almeno rispetto a quello che dovevo avere in bocca io in quel momento. Fu un bacio dolce e appassionato.

Quando ci staccammo lei mi fissò e mi disse "Ehi! Stiamo correndo troppo! Basta! Io ho un figlio cui devo pensare". E così se ne andò via, correndo.
Io la fissai e le urlai: "Ma così mi tratti? Come puoi? Ora fai la star, ma quando ti ho conosciuta bevevi sperma di cane per scaldarti la gola!".
Lei si fermò un attimo nella sua corsa e mi disse "Ma se ci conosciamo da 3 ore?".
Io pensai "Appunto" ma non ebbi la forza di dirglielo perché avevo paura di ferirla. Mi uscì qualcosa tipo"Sei una cagna, ma ti amo".
Lei abbaiò e se ne andò.

30/06/10

Giovannone Lingualunga




Si è parlato molto, ovviamente solo in rete, di questo video che raccoglie un intervento del direttore di Studio Aperto Giovannone Lingualunga (al secolo Giovanni Toti). Il video lo potete aprire cliccando qui .

Il direttorissimo, dopo aver salutato, ci vuol far sapere la sua riflessione sulle 2 sentenze emesse dai Tribunali di Palermo e di Milano (rispettivamente su Marcello Dell'Utri e su Massimo Tartaglia) .
Secondo Giovannone, infatti, i magistrati di Palermo avrebbero "spazzato via le fantasiose ricostruzioni sui rapporti tra mafia e politica". Prescindendo dal fatto che, prima di commentare una sentenza, sarebbe cordiale leggerla e che, per leggerla, bisogna aspettare che questa benedetta sentenza qualcuno la scriva... Trovo assai singolare il ragionamento che fa il bel Toti.
Da ciò che dice il direttore di Studio Aperto sembra che il Marcello Dell'Utri che è stato condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, non sia che un omonimo di quel Marcello Dell'Utri amico fraterno di Berlusconi, senatore e fondatore di "Forza Italia"eccetera, bè sicuramente la sentenza dirà che si è trattato di un madornale errore (o uno scambio di persona oppure un comunista mascherato che ha indotto all'errore gli oltre 30 pentiti che dicevano di conoscere Marcello Dell'Utri o chissà che altro) tant'è, però, sarebbe cordiale aspettare di leggere cosa scriveranno davvero i giudici nella sentenza prima di lanciarsi in ipotesi così avventurose. Ma questo è nulla per la lingua spericolata di Giovannone!
Secondo il Toti le "rivelazioni" balla di Spatuzza avrebbero "per anni" infangato la "vita pubblica" e "la reputazione di tante persone per bene". Chi siano le " tante persone per bene" infangate da Spatuzza, in realtà, non mi è molto ben chiaro. Non conosco nessuna "persona per bene" che si dica parzialmente soddisfatta per aver preso "solo 7 anni" per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma sarò io che malfrequento. Se tra i miei amici non ne ho uno pregiudicato per mafia, certe cose è meglio le lasci ad altri.
Devo recuperare al più presto: trovare un amico ricettatore, un conoscente pluriomicida, un parente stretto rapinatore... altrimenti mia madre potrebbe pensare che le cattive compagnie mi devino.
Giovannone Lingualunga è anche colpito dal reato contestato a Dell'Utri (concorso esterno in associazione mafiosa) che lui definisce "un reato molto discusso e, francamente, molto discutibile" dimentica però di dire che pur nella sua furia depenalizzatrice, il suo padrone (Silvio Berlusconi), non si è mai sognato di provare a cancellare questo reatuccio "molto discutibile" siccome (come sanno oramai pure gli idioti) è un reato molto grave. Se Berlusconi quando ha ventilato l'ipotesi di cancellare questo reato si è trovato contro persino zerbini in pelle umana come i finiani o i leghisti... un motivo dovrà pur esserci.
Ma al Toti è sorto un dubbio atroce: "Non è che, chi è vicino a Berlusconi, alla fine qualcosa debba pagare?". Ecco.. se per "qualcosa debba pagare" si riferiva alle tangenti alla Guardia di Finanza, sì. Quel qualcosa lo doveva pagare. Ma lo faceva, secondo le terribili Toghe Rosse, ad insaputa di Berlusconi. Ma forse non era quello che il direttorissimo voleva intendere. Mistero.
Su Dell'Utri chiusa così, insomma. Secondo Giovannone, Dell'Utri è una specie di Santo che, nonostante tutte le prove fossero a lui favorevoli, è stato condannato solo perché è vicino a Berlusconi. Attendiamo la sentenza per farci due risate.
Allora passa ad occuparsi di Tartaglia, secondo Lingualunga "Un magistrato dichiarava non punibile Massimo Tartaglia [...] per lui nessuna detenzione solo libertà vigilata e dimora in una comunità dove possa curarsi" dimentica un piccolo particolare: Il giudice ha deciso così sulla base di perizie psichiatriche che definivano il soggetto "incapace di intendere e di volere" è quindi normale che non possa andare in galera, cosa c'è di strano?
Poi se lui trova strano che un tipo che ha tirato una statuetta in faccia al Premier non stia in galera ma debbe stare in una casa di cura, io trovo piuttosto più strano, invece, il fatto che Marcello Dell'Utri, condannato in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, invece che in galera stia in Senato e, da lì, sia in grado di condizionare la vita di tante brave e oneste persone (come me, che, pur non essendo "un eroe" come Vittorio Mangano, nel mio piccolo, cerco di difendermi). Ma ogni persona ha una diversa sensibilità.
Lui vorrebbe in galera i lanciatori di statuette, io vorrei che i giornalisti avessero un po' di dignità. De gustibus....

29/06/10

L'uomo che aveva una t shirt con il teschietto.



"Venite qui ragazzi - disse l'uomo ai suoi 2 figli - Voglio raccontarvi la storia di come si sono conosciuti mamma e papà".
I figli avevano davvero voglia di ascoltarlo, il loro papà era così bravo a raccontare loro storie che i due bambini erano sempre pronti ad ascoltarlo.
"Se quel giorno non fossi stato vestito a quel modo, forse, non mi sarebbe successo nulla e nemmeno a voi. Papà aveva una maglietta gialla con un teschietto stilizzato impresso nel centro del petto, sapete?"

"E la mamma non aveva paura dei teschi?"chiese Fabrizio, il maggiore dei due figli.
"Di solito sì, era terrorizzata, ma quella volta no, anzi! Mamma diceva sempre "Quella maglietta è stata la prima cosa che ho notato di te. Avevo di te un'immagine distorta, mi avevano detto che eri un pazzo. Ma un pazzo non poteva avere un teschietto così simpatico. Davvero. Non poteva. Mi colpì moltissimo questa cosa, magari non ti avrei notato senza" e, ragazzi, ci ho pensato tante volte: penso proprio sia questa la verità. Se papà quel giorno non fosse stato vestito in quella maniera, la mia vita sarebbe stata davvero diversa!".
"Ma è possibile? Se non avessi avuto quella maglietta la mamma non avrebbe avuto la pancia gonfia di noi?" si chiese tra il maturo e il fanciullesco Sara, l'altra loro figlia.
"La pancia gonfia a mamma sarebbe venuta di certo, ma magari io non sarei stato con lei e voi avreste un altro papà. Un padre magari migliore, ma di certo diverso da me. E voi lo vorreste un altro papà?".
I bambini scossero la testa, preoccupati. "Ehi ragazzi, non preoccupatevi: Non è mica possibile! Ogni persona ha i genitori che gli capitano. I genitori e il vostro nome sono l'unica cosa che non avete potuto scegliere in alcun modo. Vi sono capitati e basta".
"Ma noi siamo felici con voi, papà" disse Fabrizio. A lui piaceva vedere il padre sorridente e sapeva come rendere possibile questa cosa.
"Oh anche papà è felice con voi, sapete? Ma sì che lo sapete! E che volete farmi piangere! Ma non sono abbastanza vecchio da commuovermi per queste cose! Ah papà sta bene con la mamma anche. E anche se papà non glielo dice quasi mai, a lei vuole un bene dell'anima. Lei lo percepisce perché quando 2 persone si amano, non servono le parole, bastano i gesti. Non importa ciò che si dicono due innamorati, basta che si pensino e sono felici. Ma siete ancora piccoli per queste cose."
"E quando saremo grandi abbastanza per capirle?" chiesero loro.
"Quando io sarò vecchio e, voi, forse già avrete trovato la vostra strada. Sono cose che non posso insegnarvi. In alcun modo. Potreste chiedere alla mamma. Andate a chiamarla, lei è più brava di me a parlare di queste cose".
"Andiamo subito, aspettaci qui".
E mentre aspettava l'uomo pensava a ciò che era stato, a ciò che è e, anche, a ciò che sarà.
Pensò talmente forte che i suoi occhi si aprirono. E l'uomo, tornò ad essere un ragazzo. Seduto di fronte ad un televisore acceso davanti al quale si era addormentato qualche ora prima. "E' questo il finale che si merita questa storia?" si chiese il ragazzo dalla maglietta gialla con il teschietto sul petto. "Non importa quale finale meriti, importa quale sia il finale reale. Ed è questo." si rispose in lacrime.


Fine (non meritata).



26/06/10

Il Ruolo del Clown


Fin da piccolo lui aveva avuto un solo talento: Riusciva a divertire le persone.
La gente arrivava addirittura a fermarlo per la strada pur di chiedergli di raccontare qualche storiella divertente. Ne sapeva a centinaia, ogni giorno ne aggiungeva di nuove, perfezionava quelle vecchie, scartava quelle che non funzionavano più. Lavorava sul suo piccolo show, che teneva per un ristretto pubblico di amici, con passione e gioia. Amava avere persone ad ascoltarlo.
Ogni persona ha, all'interno della propria compagnia, un ruolo. A lui era toccato il ruolo del clown. A lui non spiaceva per niente questo ruolo, tutt'altro, d'altronde “La risata è il modo più facile per arrivare al cuore delle persone” gli aveva detto un suo caro amico una sera, “Eh,Grazie! Aprendo la bocca ti facilitano la strada per arrivare al loro cuore” aveva pensato lui. Un paio di volte ripetè questa battuta di fronte alla sua piccola platea, ma non riscosse il successo sperato. Decise allora di mettere questa battuta nello “sgabuzzino della mia mente” come diceva sempre lui. Dove c'erano tutte le battute e tutte le persone che gli avevano dato grandi speranze e, poi, lo avevano deluso.
I suoi amici, quando era giù o troppo chiuso, per tirargli su il morale lo chiamavano sempre ad esibirsi “Ehi, tu! Che serata moscia questa, perché non fai il tuo angoletto del buon umore? Dai che ci facciamo tutti quattro risate”. Lui a volte non stava aspettando altro, a volte era invece reticente, ma mai si sottraeva a quel suo momento perché, in fondo, lui viveva per il riso delle altre persone. Ogni volta che una giovane ragazza gli mostrava di apprezzare le parole che lui faceva fluire, sentiva il suo cuore palpitare e, si illudeva, che anche a lei palpitasse allo stesso modo. Ma sapeva che, qualora il pezzo fosse finito prima del dovuto, alla ragazza sarebbe passato presto quel batticuore momentaneo. “E allora non finirà mai” si ripeteva e continuava a scavare a fondo, nel suo infinito repertorio, parole nuove, altre battute, nuove trovate, perché quell'illusione lo accompagnasse per più tempo possibile.
Un giorno lui, vide ancora una volta una ragazza che le aveva già fatto battere il cuore tempo prima, e decise che, quella sera, era quella giusta per tirare fuori la sua miglior battuta in assoluto: “La battuta perfetta” come la chiamava lui.
Iniziò il suo monologo con la solita routine, con entusiasmo ma con il tono compassato tipico di qui, queste cose, le fa da anni e poi venne il gran momento. Sgranò un poco lo sguardo, si voltò a guardare il pubblico e sentì di averlo tra le proprie mani allora pronunciò, con tono solenne, la battuta di cui era tanto orgoglioso. Sussurrò “Voi, in realtà, siete davvero riusciti a capirmi”. E poi iniziò a ridere, rise talmente tanto che, dopo un po', non riusciva più nemmeno a respirare. Ma continuava a ridere. Rise talmente tanto che diventò prima rosso in faccia, poi d'un colorito tendente al viola. Guardandolo diventare cianotico, qualcuno si preoccupò per lui. Si avvicinò, lo guardò e lui, sorridendo, disse "Capito no, non mi avete capito. Mai nessuno lo ha fatto. Ma spero mi abbiate amato lo stesso" e morì. Felice. Come felici aveva fatto quanti lo avevano amato, pur senza conoscerlo davvero.